
Intervento di Elisabetta Frezza (giurista, a/simmetrie), in occasione della quattordicesima edizione del convegno “Euro, mercati, democrazia”.
Vietato volare – Elisabetta Frezza
Trascrizione:
Allora, proprio da questa stessa postazione qui, parlavo di scuola nel 2020, quando il tema del convegno era il conformismo e nel 2021 quando era lo stato delle cose. Oggi aggiungerei qualche nota a margine e credo che questa postilla si possa a buon diritto intitolare: Quod erat demonstrandum. Perché? Ma perché i pezzi di quella disamina, eh cioè saltati fuori vivisezzionando il pachiderma pedo burocratico, così come è uscito geneticamente modificato da 30 anni e più di riforme affastellate l'una sull'altra, perché ogni ministro ha aggiunto il proprio ingrediente alla mappazza cucinata dai predecessori.
Beh, tutti questi pezzi si sono rivelati a posteriori, come dire, delle formidabili ventose su quali sulle quali far aderire la coltre digitale che è concepita per essere impermeabile, cioè per soffocare definitivamente conoscenza, cultura e umanità e appunto per tarpare, per tarpare tutte tutte le ali di chi appunto dovrebbe imparare a volare. Il riformatore seriale, qui il singolare è voluto perché a prescindere dal colore dei governi che le hanno varate tutte le riforme hanno corrisposto ad un'unica mens. Ci ha fatto familiarizzare con un mucchio di trovate in apparenza neutre, in apparenza innocque, anzi pure buone perché nuove.
Tipo, qui cito la rinfusa, orientamento in entrata e in uscita in tutte le stalse, tipo cittadinanza digitale, nuova educazione civica, registro elettronico, curriculum dello studente, e-portfolio, Invalsi e tutta la galassia delle sigle infestanti tra cui per esempio Clill, PCT, STEM, poi Best DSA, AA, PDP, Pay, PFUDA, cioè rendiamoci conto della fonetica grottesca che chi vive la scuola oggi è costretto a lallare ogni giorno. Questo armamentario lussureggiante risponde a una metafisica. una metafisica che sta distillata in un repertorio di dogmi, per così dire, gentili, cioè che suonano bene, infatti piacciono tanto, cosa che li rende peraltro difficilmente contestabili. Questi assoluti che stanno lassù nell'iperuraneo scolastico sono inclusione, benessere dello studente, personalizzazione didattica, successo formativo e riposano tutti su un'idea di fondo che è suggestiva, che è attraente, cioè che la scuola vada ritagliata come un abito su misura, addosso ogni singolo alunno, il quale è sovrano, protagonista della propria formazione.
Tutto deve ruotare intorno a lui, sul presupposto che egli sia capace da solo di dare forma a se stesso, assecondando le proprie pulsioni, i propri ritmi e abbia bisogno soltanto di un ambiente attrezzato, possibilmente ludico, e di un badante animatore al suo fianco posto al servizio del suo stare bene. È chiaro che l'insegnante viene derubricato a satellite dello scolaro, a facilitatore e il suo ruolo centrale fondamentalissimo di promotore del sapere viene marginalizzato, ridotto alla dimensione protocolare e burocratizzato, pronto a quel punto per essere sostituito con l'assistente virtuale. si chiama puercentrismo ed è il cuore di quella cosiddetta pedagogia progressiva che è detta anche didattica attiva che ha il suo nucleo teorico originario in Rousseau e nel suo Emilio, quindi siamo nella seconda metà del 700 e poi a partire dal secolo successivo ha tratto nuova linfa come facendo il giro largo per gli Stati Uniti dove con Diui, con Kill Patrick e altri si è guarnita di vari orpelli, Ma soprattutto è stata applicata in corpo reevili su larga scala nel sistema scolastico americano preuniversitario. Di questo parla Fausto De Biase in questo libro qui. Benché oltre oceano abbia provocato un innegabile, infatti non negato disastro sia sul piano cognitivo sia sul piano culturale, tutto il pacchetto completo è stato infine entusiasticamente reimportato nelle colonie. Ingroppa quella metafisica di cui abbiamo detto e ha tutto un prontuario di stilemi angloaziendali che ne rappresenta il marchio di fabbrica e che qui da noi ha attecchito senza intoppi fin dentro il lessico delle leggi della burocrazia sulla spinta da un lato della fascinazione per il nuovo, anche se abbiamo visto che roba vecchia di secoli e rimasticata e oltretutto fallimentare e dall'altro appunto dell'estero, soprattutto anglofilia. che ci induce masochisticamente a cibarci dei rifiuti altrui.
Questo modello pedagogico qui ha programmaticamente smantellata la didattica trasmissiva classica che è fondata, come dice il nome, sulla trasmissione delle conoscenze nelle diverse discipline, ciascuna delle quali ha il proprio statuto epistemologico. enfatizza il metodo a scapito dei contenuti, per cui la conoscenza accumulata, la cultura ereditata, tutto ciò che ci parla dal passato diventa una zavorra da cui emanciparsi e tutto quanto richiede un minimo di esercizio intellettuale, anche fisico, come tipicamente la scrittura a mano e di sforzo mnemonico raziocinante è ascritto alla fattispecie della tortura e bandito perché il poer va gratificato e divertito. Come dicevamo, inoltre si ipostatizza l'ambiente e allora si capisce come oggi questo ambiente, proprio per stare al passo con i tempi, deve essere integralmente ristrutturato in modalità digitale. Ed ecco l'ambiente on life con questo simpatico calco orweliano della locuzione on che assume ufficialmente la preminenza sulla dimensione del reale, detto anche eduverso oppure ammiccando alla retorica green ecosistema di apprendimento. La metamorfosi tecnoambientale a cui stiamo assistendo non è altro che il precipitato di quella pedagogia di cui abbiamo detto, meglio di quella religione predicata e liturgicamente celebrata da una casta di bramini, gli esperti, i conoscitori delle leggi interiori e i quali tutti debbono inchinarsi, che ha fornito il supporto teorico, direi mistico, al sovvertimento del senso stesso della scuola. Non per nulla la chiamano anche loro rivoluzione copernicana.
Vidimandolo però col timbro della scientificità che porta con sé una imponente carica intimidatoria, tant'è che la più parte dei docenti ha sviluppato una sorta di complesso di inferiorità verso questa pseudoscienza e verso i suoi sacerdoti, accettando subinamente in una postura di sudditanza dei veri e propri rituali di autoumiliazione. Basti vedere com'è oggi strutturata la formazione dei docenti, cioè i corsi che sono loro inflitti e come è concepito il loro sistema di reclutamento. Cioè, oggi non si seleziona più in base alla preparazione nelle rispettive materie di pertinenza. La selezione completamente svincolata dalle discipline. Scrive Enrico Rebuffat sempre qui, nei concorsi pubblici per la scuola prova scritta è sempre stata disciplinare. Cosa significa? Concorrevi per la matematica, il tuo scritto concerne la matematica. Partecipavi per la filosofia, il tuo scritto era una prova di filosofia. pareva logico, pareva naturale.
Oggi con i concorsi PNRR 2023-24 non più. La prova scritta adesso non è disciplinare nel preciso senso che non ha proprio nulla a che fare con la disciplina per cui il candidato concorre. Si tratta infatti di un quiz di 50 domande a risposta multipla estratte da un database unico per tutte le classi di concorso da sostenere al computer e così strutturato: 10 quesiti di ambito pedagogico, 15 di ambito psicopedagogico, 15 di ambito metodologico didattico, cinque sulla conoscenza della lingua inglese, cinque sulle competenze digitali, quindi può benissimo passare l'ignorante che si è ricordato oppure ha azzeccato a caso il nome di un software, il cognome di un pedagogista, il numero di una circolare sull'inclusione e rimanere al palo il candidato preparatissimo nella sua materia, il che concludere Buffat sarà forse moderno, innovativo, ma di sicuro è semplicemente assurdo.
E, peraltro non potrà che causare alla velocità della luce un tracollo della qualità del corpo insegnante. Attraverso quindi tante vie convergenti, tutte sempre lastricate di bellissime parole, la scuola ha potuto trasformarsi nel luogo elettivo di propagazione dell'ignoranza. e insieme in un succulento terreno di conquista per piazzisti, imbonitori, predatori di ogni risma, perché se la si svuota della sostanza culturale durevole, solida, cementata nel tempo, a partire dal primo elemento costitutivo, direi atomico di questa sostanza che è il linguaggio. Il linguaggio è simbolo, anche la matematica è un linguaggio. Allora, si crea lo spazio da riempire con carpame assortito, quindi progetti, laboratori, effetti speciali, mil mila educazioni affettive, alimentare, sanitaria. Che cosa sono queste educazioni? Sono delle catechesi su contenuti prepensati, ma anche prescrittivi, vedi tipicamente l'Agenda 2030, che hanno la funzione di introiettare nel vuoto pneumatico dal punto di vista culturale pseudovalori moraleggianti, schemi comportamentali conformi, automatismi mentali senza pensiero, trasportati da slogan che riproducono i codici linguistici e i suoni ritmati della Gran Cassa mediatica, in modo che il rumore sia sempre lo stesso dappertutto, fuori scuola e dentro scuola.
Scrive qui Giovanni Carosotti: "Un tempo la scuola faceva argine agli atteggiamenti anticulturali, impediva ad essi, al linguaggio in cui si manifestavano di essere legittimati nella sfera alta del sapere." Oggi invece, paradossalmente è richiesto agli stessi docenti di adeguarsi a quelle forme espressive, cioè il colpo da maestro è che a rottamare la conoscenza teoretica sono chiamati proprio coloro che dovrebbero insegnarla e il dramma è che più questo compito se lo intestano felici e obbedienti. Ma oltre all'imbarbarimento ubicuo, oltre all'istituzionalizzazione dell'abbruttimento, questa sostituzione di contenuti provoca un'altra conseguenza grave, che chi eventualmente canti fuori da quello spartito unico, magari perché pensa banalmente, può essere ufficialmente ritenuto un deviato. scuola presentata al pubblico come regno dell'inclusione in realtà è esclusiva nel senso deteriore del termine perché quando l'alfabetizzazione, l'istruzione, il contegno teoretico vengono messi da parte, quando i saperi si dissolvono lasciando il posto a frammenti comportamentali che ossessivamente rincorrono la propaganda, beh, allora si genera un fenomeno di clonazione cerebrale collettiva e si imbocca una preoccupante deriva autorità.
Gli effetti concreti di questa ricetta di importazione sono notevoli. Sempre più scolari approdano le superiori senza saper impugnare una penna, scrivere in corsivo, senza essere in grado di articolare una frase minima grammaticalmente corretta, unita di senso compiuto, di comprendere il significato di parole eccedenti un corredo sempre più misero, anche sempre più squallido. sanno afferrare periodi complessi, usare modi verbali diversi dell'indicativo, tempi diversi dal presente o al massimo dal passato prossimo. Distinguere un soggetto da un predicato, un aggettivo da un pronome. Non sanno dare una struttura ai propri discorsi e nemmeno ai propri pensieri. sono condannati di fatto al mutismo e alla sordità con tutta la frustrazione che questo comporta, perché la comunicazione con i propri simile resta anchilosata nella brachilogia dei social. L'italano letterario di fatto è diventata una lingua straniera. La geografia e la storia sono ufficialmente abolite. La matematica non va oltre testa crocette. prova sia che solo una piccola percentuale di matricole all'università in una prova propedeutica all'esame di analisi matematica è in grado di risolvere problemi di aritmetica tratti dai libri di quarta elementare del secolo scorso. Esperimento fatto. Prova ne sia che comporre un testo scritto organico e coerente, senza svarioni di ortografia o di sintassi e con una punteggiatura, la punteggiatura sensata è sovente un'impresa ardua per un laureato in lettere o in giurisprudenza.
Ora, non che certe carenze, che sarebbe più appropriato definire voragini, inibiscano il taglio di traguardi, come dire, formalmente ambiziosi. No, no, un diploma non lo si nega nessuno. In nome di quel dogma, il successo formativo che è stato tramutato in diritto. Il degrado della scuola intesa come luogo di formazione di formazione culturale umana va a braccetto in una dinamica solo apparentemente paradossale con un tripudio di titoli appariscenti. Il diritto all'istruzione oggi ha il significato di diritto a un diploma, quindi una patacca, non certo a un percorso di studi qualificante. E qui si annida un altro paradosso che mentre si cavalcano pretese esigenze di svecchiamento, di inclusività, di egualitarismo, avverso una tradizione educativa che è etichettata come élitaria, obsoleta, discriminatoria, si oscura un'evidenza che tanto bene esprimeva Gramsci quando definiva il progressismo pedagogico un mezzo di conservazione dello status quo funzionale alla divisione della società in caste. Perché? Perché, è ovvio: rompe l'ascensore sociale che dovrebbe essere il compito primario essenziale della scuola pubblica a far funzionare.
Ora, elemento chiave di questa agonia è il mito della personalizzazione, il cui potenziale distruttivo si disvela oggi pienamente a contatto con la cosiddetta transizione digitale della scuola. E a proposito di personalizzazione, è opportuno un cenno sui bisogni educativi speciali, i BES in acronimo che stanno alla base, appunto, dei piani didattici personalizzati. Quello dei BES è un universo molto frastagliato, a parte le vere e proprie disabilità che sono disciplinate da una legge a parte, la legge 104, lo spettro dei best va dai DSA, disturbi specifici dell'apprendimento, quindi dislessia, discalculia, disgrafia, disortografia. alle sindromi d'ansia, all'iperattività, ai deficiti di attenzione, agli svantaggi linguistici, economici e sociali. Quindi, fatto sta che tutte queste situazioni che sono tra di loro molto eterogenee sono suscettibili di essere certificate e sulla base di questa certificazione di dare luogo a dei percorsi scolastici individualizzati. La legge 170 del 2010, che è il principale riferimento normativo, con i DSA, ha creato un concetto equivoco perché dice che questi si manifestano in assenza di patologie neurologiche, di deficit sensoriali, d'accordo? però sono denominati disturbi e devono essere diagnosticati o dal servizio sanitario nazionale o eventualmente da specialisti accreditati a pagamento.
E la diagnosi dà diritto a due ordini di misure, quelle cosiddette dispensative con cui si semplificano i programmi che sono giudicati nel caso specifico troppo onerosi e quelle compensative che consistono nel fornire dei supporti per compensare le prestazioni carenti e si tratta perlopiù di supporti tecnologici, quindi calcolatrice per i discasculici, tablet per i disgrafici, smartpen per i dislessici, poi app per sintesi vocale. software per costruire mappe concent eccetera. Ora, il fenomeno delle certificazioni e quindi dei piani personalizzati che ne scaturiscono è andato via gonfiandosi fino ad esplodere, addirittura ribaltando il rapporto da regola eccezione. Cioè sono sempre più le classi in cui gli alunni certificati e muniti quindi di un programma individuale sono la maggioranza alcune volte addirittura la totalità. Cioè è nata una moda e con questa moda un floridissimo commercio di certificazioni standardizzate che non dirado pasce dei piccoli despoti alle cui spalle stanno famiglie disposte a tutto pur di facilitarsi la vita garantendo al figlio interrogazioni pianificate o promozioni in scioltezza. È strano. No, non è strano. è conseguente all'ordine al disordine delle cose perché l'ambiguità della legge, abbiamo visto, lascia ampio margine alla fantasia e l'arbitrio galoppa proprio perché si è incistata questa idea che siccome la scuola va personalizzata addosso allo studente, beh, è necessario ed è anche giusto metterlo sotto la lente di ingrandimento per scovare i suoi limiti che sono limiti presunti magari che vanno fotografati in una certa fase a caso della sua crescita e congelati, tipizzati, medicalizzati. sul presupposto, che è un presupposto apodittico, lo riconosce lo stesso Istituto Superiore di Sanità tra le righe, che qualsiasi peculiarità o, come piace dire divergenza abbia un'eziologia organica, cioè una sorta di base genetica e quindi un che di connaturo.
E questo spesso però porta a trascurare sia la ricerca di possibili altre cause o conuse dello svantaggio sia oscurare un fatto notorio, cioè che il cervello è un organo plastico capace, attraverso stimoli appropriati, di modellarsi e di ristrutturarsi anche se anziano, figuriamoci se giovane. Ma se un ostacolo, invece che qualcosa da superare, mettendo in campo tutte le proprie migliori risorse, diventa per principio qualcosa da rimuovere per evitare sforzi, per evitare frustrazioni, beh, il rischio in agguato è che i punti deboli si cristallizzino, si cronicizzino, ora per giunta restino fissati nella memoria indelebile delle banche dati e le potenzialità non stimolate si deprimano. che l'alunno resti, come dire, inchiodato ai suoi supposti limiti, mentre magari si sta solo accarezzando in quel caso la sua incostanza, la sua impigrizia, la sua pigrizia, la sua malavoglia che sono fisiologiche a quell'età.
Non solo, il trattamento su misura esaspera la frammentazione della classe, che invece è un micromondo integrato e anche dinamico in cui nel tempo si prende e si dà e sgretola l'essenza stessa della scuola. Provocatoriamente Giorgio Israel aveva ribattezzato i DSA come DSI, disturbi specifici dell'insegnamento.
Se non si insegna più a tempo debito a scrivere, a leggere, a fare i conti, cioè tutte quelle abilità di base che per svilupparsi richiedono tecnica, esercizio, parecchio e anche noioso. Certo. E attenzione, c'è una precisa finestra temporale che è predisposta dalla natura per acquisirle. Beh, allora è piuttosto logico che si incrementino le fila dei disgrafici, dei disortografici e dei discpulici. La personalizzazione con questa svolta terapeutica che lei è collegata è il gancio perfetto per le nuove tecnologie che, come si è visto, sono impiegate come supporto. Ma non è solo questo. A supervedere, a gestire il percorso dello studente, quello ipo, normo, iper dotato o supposte. ha importanza. ora sarà l'intelligenza artificiale. Questo implica che tutta la messe di dati, di metadati, di psicodati, perché nel delirio tecnofideico si dà per assunto che pure i tratti caratteriali siano misurabili, siano matematizzabili e siano quindi malleabili, beh, tutto questo bottino viene dato impasto alla mega macchina affinché essa segua algoritmicamente la biografia sociocognitiva di ogni studente, restituendogli il suo identikit digitale e anche la sua proiezione futura, cioè ogni fase del percorso scolastico ed extrascolastico viene scansionata e quel file alimenta un avatar destinato a seguirlo come un'ombra e a sostituire la la sua identità.
Non sarai più tu, ma il flusso di dati che produci a diventare rilevante, per esempio, nella domanda di accesso all'università o a un lavoro. L'operazione è venduta come un'occasione per poter ancora una volta cucire addosso a ciascuno interventi mirati che prevengano insuccessi o esaltino eccellenze. Come sempre, il veleno viene incartato dentro la caramella in modo che il genitore si convinca che la radiografia precoce continuata del figlio serva a farlo crescere. meglio in modo personalizzato e quindi consegna felice le chiavi della propria casa, della propria vita, della propria intimità. Quindi agitare dentro lo stesso barattoli, due mantra della personalizzazione, della digitalizzazione sta generando dei mostri che noi non siamo più capaci di domare e che si materializzano da tutte le parti intorno a noi, specie da quando l'agenda digitale, che pure affonda le sue radici lontano, ha subito un'accelerazione furibonda col piano scuola 4.0 apparecchiato grazie al laboratorio delle della pandemia. è stata l'emergenza sanitaria rendere possibile un effetto catapulta, realizzando in unica soluzione un salto nella distopia che altrimenti avrebbe richiesto, intanto tempi ben più dilatati e forse avrebbe conosciuto anche qualche salutare in toppo, perché la fretta ha il potere di azzerare il tempo della riflessione e nel paradigma dell'emergenzialismo non c'è spazio per la democrazia né per le sue procedure. scrive sempre qui Duccio Chiapello: "Ci spacciano per destino un disegno di transizione della scuola i cui veicoli ben conosciamo PNRR, scuola 4.0 e tutti gli anni e connessi digitali.
Questi veicoli sono tutti presentati come ultimi treni. Presto, salite a bordo. I fondi vanno spesi dicembre, i progetti vanno attivati entro marzo, gli esperti esterni devono intervenire entro maggio. Ci viene chiesto, in sostanza, di fare quello che normalmente non faremmo mai, saltare su un treno in partenza per il solo fatto che sta partendo, senza che la destinazione sia resa nota. Dopodiché, nel corso del viaggio ci viene continuamente intimato di gettare dal finestrino una parte sempre maggiore dei nostri bagagli. i contenuti disciplinari, le conoscenze, la cultura classica, il pensiero astratto, così da consentire al treno di procedere alla massima velocità. La pandemia è stata il movente, dunque di un esperimento psicosociale dalla durata indefinita perché era rimessa a decisioni sempre modificabili e infatti di giorno in giorno sempre modificate e quindi è stata psicologicamente vissuta come permanente anche dai più giovani. un esercizio continuato di bullismo istituzionale che si è espresso in vessazioni variamente demenziali, ma ha avuto il suo cuore nell'isolamento forzato Sinedie, che è stato il pretesto, per organizzare la transumanza di massa nella cosiddetta società senza contatto. Ora, questo esperimento è stato devastante per i più giovani, sia sul piano psicofisico sia sul piano cognitivo. Non sono usciti grandemente sofferenti, arrugginiti, inselvagiti, schiavi dei dispositivi in simbiosi, appunto, contenitori ambulanti di ordigni inesplosi.
C'è un corposo report dell'UNESCO, quindi non dei complottisti dell'UNESCO, pubblicato nel novembre 2023 di 650 pagine che si intitola significativamente tech. tragedy, ma lo si sapeva bene. Nel 2019, quindi ancora in era prec Covid, la settima commissione del Senato aveva congedato un documento che si trova in rete dal titolo Sull'impatto del digitale tra gli studenti con particolare riguardo ai processi di apprendimento, con una sintesi di letteratura e di esperienza consolidate dove si parlava di danni fisici, di danni psicologici, della perdita di facoltà mentali essenziali. Si affermava testualmente che il digitale sta decerebrando le nuove generazioni perché è chiaro, inibisce sul nascere oppure atrofizza delle funzionalità biologiche radicate come esternalizzandole in un prolungamento artificiale del corpo che è una vera e propria protesi. Tanto che privarsene è come subire l'amputazione di un arto e del resto gli algoritmi sono programmati per addescare l'utente, per catturarlo e perlo e per tenerlo avvinto in ostaggio il più a lungo possibile. Conferma del fatto che questi aggeggi strumenti e bisognerebbe anche smetterla di chiamarli così perché allo strumento è coessenziale la nota della neutralità che qui non c'è. Infatti nella relazione del Senato si legge anche che essi hanno le stesse identiche implicazioni chimiche, neurologiche, biologiche e psicologiche della cocaina.
Ora dovete sapere che nel mercato statunitense ora gira questa tavoletta inerte che ha le fattezze dell'iPad, ma è priva di connessione che viene chiamata metadone tecnologico. Non è uno scherzo. La scuola digitale, quindi in sfolgorante carriera, non fa che fomentare questa dipendenza morbosa, la istituzional istituzionalizza istigando i più giovani alla connessione perpetua e offrendo loro un alibi fisso per giustificarla. che poi i dispositivi funzionino anche da idrovoli di dati personali, da profilatori permanenti, da braccialetti elettronici per genitori elicottero e per altri elicotteri non genitori, da spacciatori di spazzatura che fluttua sul web. Beh, pazienza. Ciò che preme evidentemente è fare della scuola pubblica una sterminata mangiatoia per la più importante industria al mondo di estrazione di dati pertech. Qualcuno diceva: "Se i dati sono il nuovo petrolio, la scuola è il nuovo Texas". una pletora di aziende private che fanno capo poi comunque una manciata di colossi militari industriali si è assicurata la disponibilità di un'immensa distesa di materiale umano da scrutare, da dare in pasto alle banche dati, da assoggettare agli automatismi degli algoritmi e grazie alla capillare attività di spionaggio questi schedano gli spiati e ora predicono anche il loro destino e lo fanno in un modo del tutto opaco, non controllabile, non riproducibile. Ovviamente a proprio uso e consumo.
Si punta quindi a influenzare il futuro di soggetti in crescita affidandola ai vaticini della pizzia sintetica e si sa che dalla notte dei tempi ancora si sa che le profezie tendono ad autoavverarsi. di oggi lo chiamano anche effetto pigmalione. Pigmalione, cioè di fronte a un'etichetta che viene appiccicata oppure un oracolo sputato fuori dalla macchina che ha fatto il suo frullato di dati, uno si convince davvero di essere quella roba lì o di dover diventare quell'altra. Per esempio, i test standardizzati in Valsi, quelli che erano stati presentati al pubblico come strumento anonimo di monitoraggio del sistema scolastico si sono palesati come un appuntito strumento di sorveglianza e di schedatura individuale fino ad assumere valore predittivo e diagnostico. Nell'ingranaggio Invalsi è stato introdotto, per esempio, l'indicatore di fragilità, cioè un bollino che viene appiccicato algoritmicamente e insindacabilmente agli allievi che nei testono livelli ritenuti adeguati, col pretesto che questo consentirebbe sempre di prevedere precocemente il rischio di abbandono scolastico e l'Ivalsi ora indaga anche algoritmicamente le competenze cosiddette non cognitive, quelle soft skills, quindi amicalità, coscienziosità, stabilità emotiva, apertura mentale, appunto gli psicodati, sempre al fine di poter precocemente intervenire a manipolarli.
E ancora, a decorrere dall'anno scolastico 23-24, il curriculum del singolo studente è integrato nel portfolio, che è una specie di scatola nera che ognuno volente oente si ritrova confezionata addosso d'ufficio e che gli resta incollata ad vitamerna e che contiene le specifiche di tutte di tutta la sua carriera, carriera scolastica e quindi voti, esiti di prove a crocette, alte prestazioni estemporanee, certificazioni varie, sentenze di orientamento pronunciate da uno che passa di là e che siccome ha vinto la lotteria il patentino da orientatore dopo alcune ore di corso onine proprio così ha il potere di decidere per te della tua vita, ma anche della carriera extrascolastica, cioè l'occhio del Grande Fratello non si accontenta di sorvegliarti a scuola, vuole sapere anche cosa fai nel tuo tempo libero che non è più libero, perché il fatto che entri anch'esso nel tuo curricolo digitale indelebile È chiaro che condizionerà le tue scelte quotidiane sottraendole al motore umano dell'intuito e della spontaneità. Non solo, chi avrà i mezzi per farlo acquisterà punti per il suo portfolio, rimpenszandolo di viaggi, di corsi, va, studio, di certificazioni linguistiche a proposito di quella divisione in caste.
E intanto i più giovani si assue fanno a subire una sorveglianza diacronica ed ubiquitaria, al punto da assumere inconsapevoli automatismi comportamentali, qui si dovrebbe aprire una parentesi, non c'è tempo, sul il monstrum del registro elettronico che è una presenza occhia, invadente, che deresponsabilizza e soprattutto falsa i rapporti tra l'alunno e la scuola, tra l'alunno e la famiglia e tra la scuola e la famiglia. si abituano a cedere passivamente i propri dati personali come corrispettivo di qualsiasi servizio. Insomma, hanno interiorizzato una concezione carceraria dell'esistenza nell'illusione di essere sommamente liberi. Vivono dentro un panoptico, ma non se ne rendono conto, realizzando appieno l'idea russoiana secondo la quale non c'è assoggettamento più perfetto di quello che conserva le apparenze della libertà. Dunque, per concludere, l'infrastruttura capillare, quella che appariva innocua e anche carina, allestita lungo decenni di riforme mirate, serviva a due scopi concorrenti e tra loro interdipendenti. Il primo a interrompere la catena di trasmissione del sapere, lasciando deteriorare e morire un tessuto culturale e spirituale più che due volte millenario. Il secondo a fare incetta di informazioni di vita, di morte e di miracoli su ciascun individuo dall'asilo in poi sulle sue prestazioni, le sue abitudini, i suoi profili caratteriali, le sue fragilità in modo che tutto sia risucchiato e immortalato nel buco nero delle banche dati, a prescindere dalla volontà dei titolari, quelle i quali, peraltro, è stata fatta una testa così sulla tutela della privacy.
Il puocentrismo su cui emotivamente si fa perno con uno straordinario successo di pubblico si è rivelato la formula ideale per demolire ab imis il sistema della conoscenza e allo stesso tempo a contatto con la tecnolatria che è la superstizione del nostro tempo, si tramuta in un sinistro e fagocitante tecnocentrismo. Ne parla qui Stefano Isola. Già McLuhan nella luce il mezzo ci diceva come l'uomo si stesse progressivamente autosostituendo con qualcosa di altro da sé. Oggi il soggetto dell'apprendimento non è più l'uomo e la macchina, cioè il principio di utilità della tecnica, in primis in nella scuola e nell'università si è tramutato in quello di utilità per la tecnica. Le macchine aspirano tutto quello che trovano in giro, lo ruminano e lo risputano fuori a casissimo, ottenendo in cambio però una cieca devozione. Gli uomini dal canto loro, non più nutriti alle fonti della conoscenza, lasciate rimbambire dentro le sale giochi, crescono in colti e crescono anche invertebrati, cioè privi delle risorse necessarie per padroneggiare le macchine, si autorelegano in una posizione di minorità, nella convinzione balorda che è stata inculcata loro con metodo, che queste li surclassino per efficienza, per oggettività di analisi per velocità di esecuzione, al punto da sottomettere se stessi e anche il proprio destino futuro alle prestazioni i vaticini delle macchine.
Ma è chiaro che se io uso l'algoritmo, cioè consulto la sibilla per decretare se sarai un bravo studente, poi un lavoratore di successo oppure un asino per sempre e per segnare il tracciato in cui tu devi incanalarti nella tua vita, beh, io ti impedisco di essere artefice del tuo futuro. Ti tratto come una cosa, consegno le tue sorti alla magia. Chiunque abbia avuto a che fare con un soggetto in crescita invece sa bene come cambi taglia di improvviso, come basti un niente per accendere una scintilla, per suscitare una passione, per provocare una svolta importante, come ogni scivolone sia una medaglia al valore e possa aprire la la strada conquiste preziose, come il tempo lungo della maturazione non sia mai lineare, soprattutto mai prevedibile e mai replicabile e in questo risiede la sua infinita ricchezza. sa bene come le vocazioni si disvelino a contatto con gli imprevisti della vita, intercettando eventi incrociatori che nessun orientatore per caso può immaginare, nessun algoritmo potrà mai calcolare. Ed è folle, io direi anche criminale, lasciare che una stupida macchina interferisca con questo flusso meraviglioso e imponga una traiettoria.
Ognuno ha diritto di fallire una batteria di test fatta per scimmiette ammaestrate, ha diritto di cascare e di rimettersi in piedi, di costruire pian piano la propria bussola interiore alla faccia degli orientatori che spuntano fuori da tutte le parti come i funghi, ha diritto all'oblio dei propri errori, perché sono proprio quegli errori che servono a svegliarlo fuori e a farlo diventare, ha diritto a che il mondo non scruti nelle pieghe del suo passato, che è un rodaggio alla vita, perché il mestiere del giovane è proprio quello di imparare. Per questo egli ha anche il sacrosanto diritto di potersi misurare con cose difficili, con cose impegnative, perché la vera autostima si conquista così, superando se stessi per conquistare traguardi magari impensati. Ora, dappertutto si sente ripetere ad nauseam il ritornello che la tecnologia non si può fermare, che è qui per rimanere, che la sua cavalcata è inevitabile e che allora occorre educare fin da bambini all'uso consapevole, no? Che equivale a dire drogati, ma fallo in modo consapevole.
E però oltre ad essere fallimentare per l'apprendimento, abbiamo visto che l'uso precoce della tecnologia produce danni enormi e permanenti, irreparabili e questi danni noi li abbiamo drammaticamente sotto i nostri occhi. Se è così ed è così, allora la filastrocca della inevitabilità equivale ad ammettere che noi abbiamo creato un mostro che germisce i nostri figli, ma ormai vive di vita propria. Oppure che abbiamo aperto il vaso di Pandora, che abbiamo perso il coperchio, ma amen, lasciamolo aperto e riestiamo a guardare l'effetto che fa. Avvitati come siamo in una spirale di irresponsabilità e di infantilismo transgenerazionale che ci sta lanciando senza freni verso una nuova primitività e una nuova schiavitù. Il seme della libertà è custodito dentro il ben di Dio di cose umane, quindi di esperienza, memoria, pensiero, arte, sul quale stiamo seduti. Non per nulla lo vogliono far seccare, sia mai che più di qualcuno si accorga dell'impostura in atto. Ma per portare in salvo quel patrimonio culturale e spirituale edificato in migliaia di anni, occorre poterlo consegnare nelle mani di chi abbia gli strumenti per riceverlo, per farlo proprio e per tramandarlo a sua volta. Ecco perché la scuola pubblica, che è l'istituzione che più di ogni altro ci parla di futuro ed è uno spazio sacro dove si impara e si cresce e si impara a crescere, va salvata dall'assurdità e dalla bruttezza che la stanno travolgendo e va restituita ai suoi abitatori legittimi, va bonificata dall'artificio e va protetta dai predatori perché possa recuperare il suo statuto, il suo senso e la sua dignità.
Ora, se questa missione sia possibile o impossibile, questo non è facile dirlo, ma vorrei dire che non è neppure di inimente saperlo. C'è toccata in sorteo una responsabilità storica di cui abbiamo semplicemente il dovere di farci carico sia come singoli sia come collettività. Ti ringrazio. Sono l'uomo che si frappone fra voi e il caffè. Beh, ma lo farò per pochissimi istanti, anche perché ci ho tenuto molto a precisare che a differenza dei raduni della setta del reverendo Jones, di cui parlavo sui miei social, quelli che si tengono alla sala della regina, alla Camera, qui andiamo in orario.
Conclusione, credo che alcuni di voi la conoscano. Un giorno bussò alla nostra porta uno strano tipo, un ometto buffo, vi dico alto, poco più di due fammiferi, aveva in spalla una borsa più grande di lui. "Ho qui delle macchine da vendere", disse. "Fate vedere", disse il babbo. "Ecco, questa è una macchina per fare i compiti." Si schiaccia il bottoncino rosso per fare i problemi, il bottoncino giallo per svolgere i temi, il bottoncino verde per imparare la geografia. La macchina fa tutta da sola in un minuto. "Compratemela babbo", dissi io. "Va bene, quanto volete?" "Non voglio denari", disse l'omino. "Ma non lavorerete mica per pigliar caldo". No, ma in cambio della macchina voglio il cervello del vostro bambino. Ma siete matto disse il babbo. State a sentire, signore disse Lumino sorridendo. Se i compiti glieli fa la macchina, a che cosa gli serve il cervello? Il babbo mi guardò un poco e poi disse: "Va bene, prendete il suo cervello". L'omino mi prese il cervello e se lo mise in una borsetta. Come ero leggero, senza cervello, tanto leggero che mi misi a volare per la stanza e se il babbo non m'avesse afferrato in tempo, sarei volato giù dalla finestra. "Bisognerà tenerlo in gabbia", disse l'ometto. "Ma perché?" domandò il babbo. Non ha più cervello. Ecco perché. Se lo lasciate andare in giro, volerà nei boschi come un uccellino e in pochi giorni morirà di fame. Il babbo mi rinchiuse in una gabbia come un canarino. La gabbia era piccola, stretta, non mi potevo muovere, le stecche mi stringevano, tanto che alla fine mi svegliai spaventato. Meno male che era stato solo un sogno. Vi assicuro che mi sono subito messo a fare i compiti. Sapete di quando è vero? Io avevo 11 anni quando questa cosa è stata scritta.
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